mercoledì 28 giugno 2017

Il racconto autobiografico: perché e quando parlare di sé.


Mariangela Ciceri
giornalista - scrittrice - direttore UnitreAlessandria
docente di scrittura creativa Università delle Tre Età
dottoressa in Scienze & Tecniche Psicologiche - Counselor Professionale Avanzato
Master in Counseling Integrato Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale
per iniziative e laboratori visita il sito http://www.mariangelacounselor.blogspot.it/
Linkedin Mariangela Ciceri - cicerimariangela@gmail.com

 

Narrare il passato è spesso un’occasione per rileggere le nostre esperienze, le nostre vicissitudini, le nostre storie arricchendole di significato.
È un modo per accedere ai propri vissuti emotivi usando la parola scritta per esplorare e riconoscere limiti, paure, successi, insuccessi ma soprattutto emozioni.
Significa porsi davanti al puzzle della propria vita ed avere la possibilità, assemblando i tasselli degli accadimenti passati, di confermare o cambiare l’immagine che abbiamo di noi, trovando nel passato ciò che dà un senso al presente.
L’uso della creatività e della parola scritta, quando veicolate da una significativa introspezione, inoltre, consentono da un lato l’emergere di comportamenti o atteggiamenti che non sentiamo più nostri e che per noi non hanno più alcun valore agire, dall’altro la possibilità di scoprire i desideri e trasformarli in racconti.
Sapere chi siamo, provare a ricordare e descrivere quali persone abbiamo incontrato e come questi incontri hanno condizionato le nostre vite, riconoscere le aspettative deluse e quelle invece soddisfatte, ci aiuta a comprendere e a dare un senso agli eventi che hanno segnato in positivo o negativo la nostra esistenza.
Non si tratta di raccontare le proprie emozioni ma scrivere con e attraverso di esse e sapere, fin dalla prima parola tracciata sul foglio, che quanto abbiamo scritto causerà delle reazioni. Positive, negative, di difficile definizione, ma una volta raccontata la nostra storia, anche volendo non sarà possibile tornare indietro, «non saremo mai più gli stessi di prima, perché la scrittura ci guida sempre altrove
Una delle più accettate definizioni di memoria autobiografica è quella di Brewer (1986), il quale parla essenzialmente di «memoria per le informazioni legate al sé».
Quando ci si appresta a scrivere un’autobiografia, il recupero dei ricordi e delle emozioni ad essi collegate, è una tappa importante.
A volte persino «pericolosa» per diverse ragioni:
·       attingere a ricordi che vorremmo dimenticare
·       dare una valenza al ricordo che non corrisponde alla realtà, perché con il passare del tempo è difficile ricordare tanto che si parla di: copertura dei ricordi e di ricordi cdi copertura
·       esporci alla narrazione di aspetti «privati» che potremmo non voler condividere o che nella loro modalità narrativa coinvolgono altre persone

 L’autobiografia impone regole e passaggi, come ogni altro genere letterario:
·       decidere se quanto si scrive debba avere un significato privato o pubblico (nel primo caso meglio scrivere un diario e nel secondo tenere un blog)
·       se si scrive per se stessi, concedersi la possibilità di essere il più possibile oggetti ed onesti rispetto agli eventi narrati, senza però tralasciare quello che rende «vivo» lo scrivere: le emozioni 

Esercizio: prova a “raccontare” in prima o in terza persona, il tuo ricordo più antico.

 

 


 

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