martedì 20 giugno 2017

C'erano una volta... principi, ranocchi, orchi e fate. Fiabe per conoscersi.


Mariangela Ciceri
giornalista - scrittrice - direttore UnitreAlessandria
docente di scrittura creativa Università delle Tre Età
dottoressa in Scienze & Tecniche Psicologiche - Counselor Professionale Avanzato
Master in Counseling Integrato Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale
per iniziative e laboratori visita il sito http://www.mariangelacounselor.blogspot.it/
Linkedin Mariangela Ciceri
 
 
 

Le fiabe e le favole, come abbiamo visto, nacquero con lo scopo di tramandare storie e miti ed «educare» il popolo attraverso i racconti del passato, reale o immaginario.
Successivamente vennero presi in considerazioni i meccanismi psichici attivati, dal racconto o dalla lettura di fiabe/favole nei bambini e vennero così individuati i meccanismi che li rendono, sebbene in modo inconsapevole, letture adatte al superamento di problematiche quali l’abbandono, la solitudine, la disobbedienza, ma anche ai «passaggi» tipici dell’infanzia.
Purtroppo spesso gli adulti hanno usato i contenuti a scopo intimidatorio (se racconti le bugie ti cresce in naso; vedi cosa è successo a Cappuccetto Rosso che non ha ubbidito?) rafforzando quelli che un tempo erano risorse educative ed inficiando o condizionando l’interpretazione e il rapporto con la fiaba da parte del minore.
Le fiabe non dovrebbero essere mai usate né per minacciare, né per sostituirsi in modo esplicito al ruolo dell’educatore.
L’espressione simbolica che muove le dinamiche interne del bambino non ha alcun bisogno di essere condizionata o vanificata da «false» interpretazioni dell’adulto, il quale potrebbe attingere dalle stesse risorse per trovare soluzioni ai propri vissuti «problematici» proprio come fanno bambini attraverso l’ascolto di una fiaba ben letta.
Nasce quindi l’uso della fiaba come strumento di problem solving, ovvero come modalità attraverso cui dare un senso e individuare una soluzione, sebbene metaforica, a quello che viene vissuto come un problema.
Quando scriviamo una fiaba con l’intento di comprendere qualcosa di utile per noi e per quello che stiamo vivendo, creiamo una rosa di personaggi che, sebbene fantastici, sono investiti di elementi che appartengono alle persone che fanno parte della nostra realtà.
Non solo!
Nella costruzione della storia, useremo ambientazioni significative per noi, luoghi che «ci ricordano» qualcosa di speciale, conflittuale, un periodo e una situazione felice e o infelice. 

Esercizio consigliato:

individua una situazione conflittuale passata (esempio: il mio vicino di casa stendeva i panni bagnati ignorando i miei ancora stesi ma già asciutti) e fai una scaletta dei personaggi che vorrai inserire nella storia:
1.    La vicina
2.    Io
3.    I panni stesi
4.    Il mio comportamento (le faccio presente la situazione, la ignoro, le urlo dietro affacciandomi al balcone…) ecc.

Scrivi la trama usando personaggi tipici delle fiabe: eroe/eroina, strega, fata, mezzo magico, antagonista… e trova una soluzione «narrativa», un lieto fine.
Lascia «decantare» il testo qualche giorno e poi prova a rileggerlo.
Quale era l’equilibrio di partenza?
Cosa ha creato la rottura dell’equilibrio?
Quali strumenti il personaggio principale ha usato per la soluzione?
Se ti farà piacere potrai inviarmi il testo.  

Buon lavoro

Mariangela

 


 

 

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento