martedì 25 luglio 2017

Obiettivo: romanzo


Mariangela Ciceri
giornalista - scrittrice di gialli - direttore UnitreAlessandria
docente di scrittura creativa Università delle Tre Età
Autrice di: Prigioniera della paura (romanzo)
Ricatto silenzioso (romanzo)
Scrivere, raccontare, raccontarsi. Manuale e tecniche di scrittura creativa
per vedere tutte le mie pubblicazioni visita la pagina: i libri che ho pubblicato
 
 
Scrivere un romanzo rappresenta sempre una sfida.
È un lavoro lungo, complicato (diffidate da chi dice il contrario) che, se svolto con i giusti strumenti può dare moltissime soddisfazioni.
Chi di voi si è cimentato nell’esercizio precedente (scrivere un breve racconto) avrà avuto modo di sperimentare il processo creativo quando si è alla ricerca di una idea da narrare. Nel caso del romanzo a questo vanno aggiunti: il tempo dello scrivere (un romanzo non nasce e si conclude certo in due giorni), le ricerche, la rilettura, l’editing e la ricerca di un editore, questo perché se nel caso del racconto si può decidere di scrivere solo per il gusto di farlo, è difficile che ci si imbarchi nella stesura di un romanzo che non preveda di avere. Presto o tardi, dei lettori.
Gli elementi essenziali per un buon romanzo, oltre alla trama, sono:
  • le ambientazioni storiche e geografiche;
  • l’evoluzione dei personaggi (che non possono essere gli stessi all’inizio e alla fine);
  • le tre componenti di cui abbiamo parlato nella lezione scorsa (incipit, parte centrale e conclusione);
  • il ritmo narrativo;
  • il colpo di scena (che non è appannaggio solo del genere giallo);
  • il punto di vista narrativo (prima o terza persona);
  • i dialoghi (essenziali e pericolosi perché quando non ben costruiti scadono in una retorica senza soluzione);
  • la rilettura del testo (in un romanzo proprio per l’estensione del manoscritto non è possibile controllare tutto in unico giorno e tutti i giorni);
  • la correzione (parte complessa perché occorre essere oggettivi oppure affidare il lavoro a chi si occupa di editing)
 
Rispetto alla metodologia per la progettazione e la stesura, ognuno dovrebbe trovare la propria. Ciò che conta è decidere fin dall’inizio il genere e identificare con equilibro i personaggi principali da quelli secondari, in modo da dare a tutti loro la giusta consistenza e dedicare il tempo necessario al loro sviluppo.
 
Esercizio: scrivi il primo capitolo del tuo romanzo.
 
 
Testi Copyright © 2017 Mariangela Ciceri
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Le immagini Copyright © 2017 Brajda Bruno Gabriele
 
 

martedì 18 luglio 2017

Scriverò un racconto.


Mariangela Ciceri
giornalista - scrittrice di gialli - direttore UnitreAlessandria
docente di scrittura creativa Università delle Tre Età
Autrice di: Prigioniera della paura (romanzo)
Ricatto silenzioso (romanzo)
Scrivere, raccontare, raccontarsi. Manuale e tecniche di scrittura creativa
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La scrittura di un racconto, di qualunque genere, richiede l’applicazione e il conseguente rispetto di regole, senza le quali i personaggi e la trama non avrebbero senso.
La maggior parte delle persone che hanno frequentato i miei corsi, sette delle quali hanno poi pubblicato con case editrici, non si è adattata «facilmente» a questo passaggio, essenziale a mio avviso, per scrivere un buon testo, rispetto a un «buon tema scolastico».
La creatività, la fantasia, lo scrivere in modo leggibile e scorrevole non sempre sono gli elementi che determinanti.
Anzi!
C’è chi con le parole scritte, come quelle orali, è abile, ma lo è nel fornire dettagli irrilevanti e nell’infarcire i contenuti di retorica da supermercato.
La prima cosa da chiedersi quindi, quando ci accingiamo a scrivere un racconto è:
Per chi lo scrivo? (è una pagina di diario?)
A chi lo scrivo? (è un testo per bambini, adolescenti, adulti?)
Quale futuro prevedo per questo testo? (resterà nel cassetto o intendo proporlo?)
Se voglio mettere su carta una mia esperienza, consapevolizzare emozioni, ricostruire eventi, condire con fantasia i ricordi, abbellendoli o appesantendoli, sarò assolutamente libera di usare una modalità di scrittura personale e non soggetta a critiche tecniche.
Se invece il mio obiettivo sarà incominciare a sperimentare una scrittura più «professionale» le regole non possono che essere le mie fidate compagne di viaggio.
Inoltre se quello che voglio dire scrivendo, è ben chiaro nella mia testa, dovrò fare sempre molta attenzione, a non sottintendere ciò che per altri non è esplicito.
Se la mia intenzione è invece sottoporre il testo a un editore o a un concorso, dovrò tenere ben chiara la regola principale, a mio parere, della scrittura creativa: il rispetto delle parti che compongono qualunque produzione letteraria e che se inesistenti o non equilibrate, rendono mediocre qualunque buona idea.
Esse sono: l’incipit, anzi, un buon incipit che invogli l’editore o chi per esso ad andare oltre la seconda riga di quanto scritto, una parte iniziale, una parte centrale e una conclusione.
Sono elementi imprescindibili per narrare, sono binari entro i quali il treno del raccontare può costruire il suo percorso, fatto di rettilinei, curve, gallerie, ma sempre all’interno di «binari» che garantiscono l’arrivo, ovvero la fine.
Un inizio troppo lungo rispetto alla conclusione o viceversa, non sono un buon biglietto da visita.
Per soddisfare le regole occorrono esperienza, pazienza e aver letto moltissimo.  

Esercizio. Scrivi un breve racconto dal titolo: «Il profumo dell’estate» cercando di identificare, segnalandolo, l’incipit, l’inizio, la parte centra e la conclusione.

 

 
 

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martedì 11 luglio 2017

Scrivere un mistero. La scrittura giallo-poliziesca

Mariangela Ciceri
giornalista - scrittrice di gialli - direttore UnitreAlessandria
docente di scrittura creativa Università delle Tre Età
Autrice di: Prigioniera della paura (romanzo)
Ricatto silenzioso (romanzo)
Scrivere, raccontare, raccontarsi. Manuale e tecniche di scrittura creativa
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Il giallo è un genere narrativo per lungo tempo «declassato» a letteratura di serie B nonostante conti, tra i suoi autori, scrittori di assoluto rispetto nel passato e nel presente.
Ha una struttura, almeno nella sua accezione classica, rigida poiché un racconto, per essere definito giallo, deve contenere e svilupparsi attorno alla descrizione di un crimine e alle indagini che condono o meno alla sua soluzione.  
Ha dei sottogeneri, sebbene non sia così scontato definirne le sfaccettature: poliziesco, noir, thriller, legale thriller… e presenta, strutturalmente, affinità con la fiaba.
I personaggi e gli eventi sono obbligati: una vittima, un mistero, un movente, un investigatore, un intreccio articolato, indizi sparsi con logica e al fine di far «avanzare la trama».
La modalità narrativa scelta consente, a seconda dei casi, di usare quelli che Tomaševskij definisce «espedienti dilatori» che modificano il grado di conoscenza dei fatti in base a orizzonti di consapevolezza riassumibili in:

  • il lettore sa / i personaggi ignorano
  • alcuni personaggi sanno / altri ignorano
  • il lettore sa / alcuni personaggi ignorano
  • nessuno sa niente
  • la verità è scoperta per caso
  • i personaggi sanno / il lettore ignora

La trama con il suo intreccio narrativo deve contenere un vero e proprio ragionamento logico dove non devono mancare:

un problema da risolvere: un evento, un crimine, una situazione apparentemente inspiegabile
l’osservazione: l’analisi, le riflessioni, le considerazioni e le ipotesi attraverso le indagini
la conclusione: che nel caso del giallo classico significa anche soluzione del mistero e conseguente affidamento del colpevole alla giustizia
la dimostrazione: i passaggi logici e deduttivi attraverso i quali che indaga è giunto alla soluzione del mistero

Una delle regole basilari per scrivere un buon giallo con un intreccio efficace è, a mio avviso, quella della lealtà narrativa che consiste nel dare a chi è giunto alla lettura del capitolo conclusivo del romanzo, la possibilità di ripercorrere il libro a ritroso e di convenire che in un certo senso la soluzione gli stava davanti agli occhi, perché lealmente l’autore non aveva tenuto nascosto alcun indizio.

Esercizio: Una baita in montagna, un insegnante in pensione, una giornalista,  un investigatore e un mistero.

 



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martedì 4 luglio 2017

Creatività e gusto


Mariangela Ciceri
giornalista - scrittrice - direttore UnitreAlessandria
docente di scrittura creativa Università delle Tre Età
dottoressa in Scienze & Tecniche Psicologiche - Counselor Professionale Avanzato
Master in Counseling Integrato Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale
per iniziative e laboratori visita il sito http://www.mariangelacounselor.blogspot.it/
Linkedin Mariangela Ciceri - cicerimariangela@gmail.com

 

Si scrive soprattutto per comunicare e non vi è alcuna forma di comunicazione che non si avvalga anche dei sensi i quali rappresentano, e sono una porta, tra noi e il mondo.
Un buon testo, di qualunque genere e qualunque sia la sua finalità, ovvero «cosa» chi lo scrive vuole fare «arrivare» al lettore, è reso tale attraverso l’applicazione di una regola: «mostrare» e non descrivere.
Un esempio potrebbe essere dato dalla frase: «ho mangiato un buon gelato».
Frase che non ha di per sé alcun significato comunicativo. Questo perché il concetto di «buono» è qualcosa di estremamente personale e soggettivo. Per me un buon gelato potrebbe essere quello acquistato al supermercato, un cornetto al cioccolato, magari vegano ma qualcun altro, leggendo potrebbe farsi venire in mente un gelato artigianale servito in uno scodellino con un cucchiaino colorato.
Il lettore quando non ha dettagli rispetto a ciò che legge tende a inserirli attingendo alle proprie esperienze e alla propria capacità di fantasticare.
Se nel descrivere un’esperienza, una situazione, un evento useremo i sensi stabiliremo dei confini entro il quale chi ci legge potrà contenere la sua immaginazione senza correre il rischio di alterare la comunicazione alla base dello scritto.
Scrivere usando come strumento principale il gusto è un modo per sperimentare la scrittura attraverso i sensi.
Rientra nel filone dell’autobiografia poiché «ricordando» un sapore e un gusto già assaggiati ci riappropriamo di vissuti e di ricordi per arrivare a esplorare, descrivere e vivere il presente.
Usare la percezione per narrare emozioni, creare personaggi e racconti ci consentirà di creare una sorta di «ricettario» della nostra vita.
Si potrà quindi narrare l’infanzia e ricordi che emergono pensando al cibo tipico di quell’età. Ricordare le persone che cucinavano per noi e come lo facevano. Quali erano i cibi del giorno di festa e come venivano preparati e presentati. I colori, i profumi, le stanze e le persone.
E ancora associare i sapori «forti» ai momenti complessi dell’esistenza: adolescenza, i problemi con la scuola, gli amici, i primi amori, l’ingresso nel mondo del lavoro, oppure l’attesa di un lavoro.
Il dolce, l’amaro, l’acre e il brusco della vita.
Racconti che parlano di noi e di come attraverso il cibo che ci hanno dato, che abbiamo cucinato, comprato, ordinato e mangiato possiamo raccontarci. 
 

Esercizio consigliato: pensa a un giorno di festa (compleanno, Natale, Pasqua, una nascita…) e raccontalo facendo del cibo il personaggio principale.

 

 



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mercoledì 28 giugno 2017

Il racconto autobiografico: perché e quando parlare di sé.


Mariangela Ciceri
giornalista - scrittrice - direttore UnitreAlessandria
docente di scrittura creativa Università delle Tre Età
dottoressa in Scienze & Tecniche Psicologiche - Counselor Professionale Avanzato
Master in Counseling Integrato Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale
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Linkedin Mariangela Ciceri - cicerimariangela@gmail.com

 

Narrare il passato è spesso un’occasione per rileggere le nostre esperienze, le nostre vicissitudini, le nostre storie arricchendole di significato.
È un modo per accedere ai propri vissuti emotivi usando la parola scritta per esplorare e riconoscere limiti, paure, successi, insuccessi ma soprattutto emozioni.
Significa porsi davanti al puzzle della propria vita ed avere la possibilità, assemblando i tasselli degli accadimenti passati, di confermare o cambiare l’immagine che abbiamo di noi, trovando nel passato ciò che dà un senso al presente.
L’uso della creatività e della parola scritta, quando veicolate da una significativa introspezione, inoltre, consentono da un lato l’emergere di comportamenti o atteggiamenti che non sentiamo più nostri e che per noi non hanno più alcun valore agire, dall’altro la possibilità di scoprire i desideri e trasformarli in racconti.
Sapere chi siamo, provare a ricordare e descrivere quali persone abbiamo incontrato e come questi incontri hanno condizionato le nostre vite, riconoscere le aspettative deluse e quelle invece soddisfatte, ci aiuta a comprendere e a dare un senso agli eventi che hanno segnato in positivo o negativo la nostra esistenza.
Non si tratta di raccontare le proprie emozioni ma scrivere con e attraverso di esse e sapere, fin dalla prima parola tracciata sul foglio, che quanto abbiamo scritto causerà delle reazioni. Positive, negative, di difficile definizione, ma una volta raccontata la nostra storia, anche volendo non sarà possibile tornare indietro, «non saremo mai più gli stessi di prima, perché la scrittura ci guida sempre altrove
Una delle più accettate definizioni di memoria autobiografica è quella di Brewer (1986), il quale parla essenzialmente di «memoria per le informazioni legate al sé».
Quando ci si appresta a scrivere un’autobiografia, il recupero dei ricordi e delle emozioni ad essi collegate, è una tappa importante.
A volte persino «pericolosa» per diverse ragioni:
·       attingere a ricordi che vorremmo dimenticare
·       dare una valenza al ricordo che non corrisponde alla realtà, perché con il passare del tempo è difficile ricordare tanto che si parla di: copertura dei ricordi e di ricordi cdi copertura
·       esporci alla narrazione di aspetti «privati» che potremmo non voler condividere o che nella loro modalità narrativa coinvolgono altre persone

 L’autobiografia impone regole e passaggi, come ogni altro genere letterario:
·       decidere se quanto si scrive debba avere un significato privato o pubblico (nel primo caso meglio scrivere un diario e nel secondo tenere un blog)
·       se si scrive per se stessi, concedersi la possibilità di essere il più possibile oggetti ed onesti rispetto agli eventi narrati, senza però tralasciare quello che rende «vivo» lo scrivere: le emozioni 

Esercizio: prova a “raccontare” in prima o in terza persona, il tuo ricordo più antico.

 

 


 

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martedì 20 giugno 2017

C'erano una volta... principi, ranocchi, orchi e fate. Fiabe per conoscersi.


Mariangela Ciceri
giornalista - scrittrice - direttore UnitreAlessandria
docente di scrittura creativa Università delle Tre Età
dottoressa in Scienze & Tecniche Psicologiche - Counselor Professionale Avanzato
Master in Counseling Integrato Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale
per iniziative e laboratori visita il sito http://www.mariangelacounselor.blogspot.it/
Linkedin Mariangela Ciceri
 
 
 

Le fiabe e le favole, come abbiamo visto, nacquero con lo scopo di tramandare storie e miti ed «educare» il popolo attraverso i racconti del passato, reale o immaginario.
Successivamente vennero presi in considerazioni i meccanismi psichici attivati, dal racconto o dalla lettura di fiabe/favole nei bambini e vennero così individuati i meccanismi che li rendono, sebbene in modo inconsapevole, letture adatte al superamento di problematiche quali l’abbandono, la solitudine, la disobbedienza, ma anche ai «passaggi» tipici dell’infanzia.
Purtroppo spesso gli adulti hanno usato i contenuti a scopo intimidatorio (se racconti le bugie ti cresce in naso; vedi cosa è successo a Cappuccetto Rosso che non ha ubbidito?) rafforzando quelli che un tempo erano risorse educative ed inficiando o condizionando l’interpretazione e il rapporto con la fiaba da parte del minore.
Le fiabe non dovrebbero essere mai usate né per minacciare, né per sostituirsi in modo esplicito al ruolo dell’educatore.
L’espressione simbolica che muove le dinamiche interne del bambino non ha alcun bisogno di essere condizionata o vanificata da «false» interpretazioni dell’adulto, il quale potrebbe attingere dalle stesse risorse per trovare soluzioni ai propri vissuti «problematici» proprio come fanno bambini attraverso l’ascolto di una fiaba ben letta.
Nasce quindi l’uso della fiaba come strumento di problem solving, ovvero come modalità attraverso cui dare un senso e individuare una soluzione, sebbene metaforica, a quello che viene vissuto come un problema.
Quando scriviamo una fiaba con l’intento di comprendere qualcosa di utile per noi e per quello che stiamo vivendo, creiamo una rosa di personaggi che, sebbene fantastici, sono investiti di elementi che appartengono alle persone che fanno parte della nostra realtà.
Non solo!
Nella costruzione della storia, useremo ambientazioni significative per noi, luoghi che «ci ricordano» qualcosa di speciale, conflittuale, un periodo e una situazione felice e o infelice. 

Esercizio consigliato:

individua una situazione conflittuale passata (esempio: il mio vicino di casa stendeva i panni bagnati ignorando i miei ancora stesi ma già asciutti) e fai una scaletta dei personaggi che vorrai inserire nella storia:
1.    La vicina
2.    Io
3.    I panni stesi
4.    Il mio comportamento (le faccio presente la situazione, la ignoro, le urlo dietro affacciandomi al balcone…) ecc.

Scrivi la trama usando personaggi tipici delle fiabe: eroe/eroina, strega, fata, mezzo magico, antagonista… e trova una soluzione «narrativa», un lieto fine.
Lascia «decantare» il testo qualche giorno e poi prova a rileggerlo.
Quale era l’equilibrio di partenza?
Cosa ha creato la rottura dell’equilibrio?
Quali strumenti il personaggio principale ha usato per la soluzione?
Se ti farà piacere potrai inviarmi il testo.  

Buon lavoro

Mariangela

 


 

 

 

 

 

martedì 13 giugno 2017

Fiabe e favole. La storia e alcune regole.


Vi siete mai chiesti da dove vengano le fiabe e le favole e come siano nate?
Se fossero da subito narrazioni per l’infanzia?
Se avessero la stessa struttura narrativa che conosciamo?
Il perché ce le abbiano raccontate?
Se abbia ancora un senso leggere e scriverle e da dove nasca il bisogno di farlo?
Le fiabe sono testi di narrazione popolare che fanno parte della cultura di ogni popolo.
I personaggi usati, che variano da regione geografica, sono fate, orchi, giganti, streghe…
Nacquero con la finalità di tramandare storie, educare, impartire regole con intenti «allegorici e morali».
La favola, termine spesso ed erroneamente usato come sinonimo delle prime, ha un testo molto più breve, la cui funzione è meramente educativa (ricordate quelle di Esopo e Fedro?) che hanno per protagonisti animali con vizi e virtù umane.
Storicamente sono molto più vecchie delle favole ma meno adatti all’infanzia perché i contenuti non sono facilmente comprensibili ai bambini.
L’Europa vanta una vasta tradizione di entrambe i generi, con autori, oltre a Esopo e Fedro creatori di fiabe famosissime, che hanno scritto testi intramontabili e tuttora proposti (purtroppo con parsimonia) ai piccoli.
Come ogni genere letterario hanno delle caratteristiche e delle regole:

·       essendo testi per bambini devono essere brevi e scritti con un linguaggio adeguato
·       i personaggi e i luoghi non hanno bisogno di essere ben definiti (c’era una volta… tanto tempo fa…) potrebbe riferirsi a dieci anni prima come a cento
·       scarsa connotazione con la realtà perché gli eventi narrati non possono far parte della vita reale (magia, sortilegi…)
·       non ci sono mezze misure: il buono è buono e il cattivo è cattivo
·       la storia ha inizio con una situazione di pace (relativa o reale) ma la tempesta è in agguato e ai protagonisti, o al protagonista, sta per accadere qualcosa
·       la trama ha uno scopo (nell’antichità era quella di tramandare storie che appartenevano alla propria cultura) sia esso educativo, informativo, pedagogico
·       il bambino deve essere accompagnato a percorrere un tragitto fantastico nel quale nessuna paura, tragedia o situazione conflittuale rimane irrisolta
·       il finale deve essere chiaro, comprensibile ai bambini nel rispetto della loro età

Cosa occorre per scrivere una buona fiaba o favola?
Essere disposti a tornare un po’ bambini, a usare un linguaggio semplice, a non dimenticare mai che l’utente è un bimbo a cui non interessano i nostri travagli interiori di adulti, ma cerca (e dovrebbe sempre trovarlo) nelle fiabe una soluzione ai suoi conflitti, alle sue paure, ai suoi dubbi.
Scrive Bettelheim: «Oggi come in passato il compito più importante ed anche il più difficile che si pone a chi ha un bambino è quello di aiutare a trovare un significato nella vita» questo è proprio ciò di cui ogni autore per l’infanzia dovrebbe tener conto.

Vi propongo un esercizio:
Scrivi una fiaba o favola tenendo conto delle regole che abbia almeno 4 personaggi:
  • personaggio principale (principessa, principe, eroina o eroe…)
  • 3 secondari, ovvero meno «importanti» per presenza rispetto al principale, ma il cui intervento sia fondamentale, per portare avanti la trama

Nel darvi appuntamento a mercoledì 21 giugno in cui parleremo ancora di fiabe, vi ricordo che potete inviare i testi a cicerimariangela@gmail.com e nel caso siano meritevoli e sufficientemente numerosi da poter costituire una raccolta testo, previa autorizzazione degli autori, saranno raccolti in un e-book.
Buon lavoro e in caso di dubbi non esitate a contattarmi.

Mariangela